
Il discorso sulle rivendicazioni femminili in Brasile si apre, in particolare, a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, dopo la fine della dittatura militare.
Il Brasile è da sempre stato segnato da una forte ambivalenza interna,tra il carattere multirazziale e multiculturale della sua popolazione, e l’impronta coloniale dello stato-nazione, dallo sguardo costantemente rivolto ad Occidente.
La questione di genere, come ogni altra problematica sociale, si iscrive all’interno di questa ambiguità prendendo la forma di un femminismo bianco ed egemonico.
È interessante come proprio la contrapposizione a questo discorso dominante sia il minimo comune denominatore di ognuna delle lotte dei movimenti femminili subalterni, in particolare quelli delle donne afrodiscendenti e indigene.
Questi movimenti muovono proprio dall’esigenza di costruirsi uno spazio di parola e azione all’interno del dibattito e delle politiche pubbliche del paese, proponendo paradigmi alternativi dai quali si possa sviluppare una differente visione dell’oppressione e dell’emancipazione femminile.
Questa urgenza sembra essere l’unico filo conduttore che possa unire la vasta eterogeneità dei movimenti, come emerge da uno studio più approfondito sulle narrazioni e sulle pratiche delle rivendicazioni di genere nere ed indigene.
Il movimento femminista afrobrasiliano

Il movimento femminista delle donne afrodiscendenti in Brasile si sviluppa nella cornice delle teorie sulle rivendicazioni di genere del movimento nero statunitense. Il concetto di blackening feminism diviene, infatti, una questione centrale già dalle prime produzioni teoriche che, dalla seconda metà degli anni Ottanta del secolo scorso, iniziano ad animare il dibattito pubblico sulle discriminazioni di genere nella societá brasiliana.
Una prima critica del femminismo afrobrasiliano riguarda l’impronta imperialista dell’ambiente universitario e, più in generale, i luoghi di produzione del sapere che, iscrivendo l’idea di donna e le questioni di genere sotto un unico paradigma dominante,contribuiscono a costruire una memoria omogenizzante sulla questione femminile. A questo proposito è interessante il concetto di epistemicidio che propone l’attivista e filosofa Sueli Carneiro (Carneiro, 2005):“Para nós, porém, o epistemicídioé, para além da anulação e desqualificação do conhecimento dospovos subjugados, um processo persistente de produção da indigênciacultural(…) não é possível desqualificar as formas deconhecimento dos povos dominados sem desqualificá-los também,individual e coletivamente, como sujeitos cognoscentes”. Dunque, con epistemicidio, Carneiro denuncia come i discorsi dei dominanti neghino il valore della conoscenza prodotta dai popoli dominati e come, proprio per questo,neghino contemporaneamente al subalterno la posizione di soggetto di conoscenza.
Il femminismo nero brasiliano rivendica inoltre l’esigenza di decolonizzare la questione di genere, muovendo dall’idea che qualsiasi discorso femminista non possa prescindere dalla questione razziale, nodo alla base dell’oppressione delle donne nere. Questa prospettiva decoloniale si declina contrapponendo al patriarcato imposto dalla colonia e all’idea di donna come categoria universale, il ritorno alla propria cultura ancestrale, in un continuum con la diaspora africana, che possa offrire differenti immaginari di donna, volti a decostruire quello egemonico, considerato un oggetto prodotto all’interno di relazioni di potere, culturalmente e storicamente connotato..
Uno degli effetti di questi presupposti teorici si ritrova, per esempio,nel termine amefricanas che viene usato per definirsi eredi di una cultura ancestrale le cui dinamiche storiche sono vincolate alla disuguaglianza razziale(Gonzalez, 1988).
Come prodotto di questo ritorno é molto interessante le figura di Yalodé,che ha radici nella tradizione del Candomblè e che rappresenta una leader politica.
Un’altra figura quasi mitica é quella di Dandara, moglie di Zumbi, ultimo leader del Quilombo dos Palmares.
Questi personaggi, come il termine amefricanas, nascono all’interno della cosmovisione afrobrasiliana e mostrano modalitá altre di essere donna, nonchè di resistenza al patriarcato e al razzismo che le nere del Brasile vivono quotidianamente.
L’oppressione nasce con la colonia, ed è proprio questa, in ogni sua forma, il nemico da combattere, poiché è nelle radici della cultura africana usurpata e negata la chiave per poter vivere il femminile in altri modi.
Il movimento delle amefricanas valorizza l’importanza delle traiettorie di vita individuali,massima espressione della varietà e complessità del femminile.Concentrarsi sulle storie e le azioni di donne afrodiscendenti del passato, ma anche sugli esempi di vita quotidiana e di solidarietá tra le donne nere che si sviluppano all’interno dei quartieri piú marginali e delle comunitá nere, permette di uscire dalla narrazione vittimistica che vede le donne come passive e incapaci d’azione.L’energia dei movimenti femministi di donne amefricanas sembra risiedere proprio nella forza dell’attivismo e nella prospettiva militante che li caratterizza. L’educazione e l’accesso alle strutture legate alla formazione è di fondamentale importanza,ed è infatti un tema ricorrente nei racconti di molte femministe afrobrasiliane. L’istruzione viene considerata strumento imprescindibile per l’emancipazione e la costruzione di una partecipazione politica condivisa e “dal basso”.

Donne indigene e movimenti di rivendicazione
I movimenti femminili indigeni nascono a partire dagli anni Novanta del secolo scorso all’interno dei movimenti indigeni locali e nazionali già esistenti.
La prospettiva di genere e le nuove istanze portate avanti dalle donne si inseriscono al fianco delle rivendicazioni in merito a terra,salute ed educazione.
Sviluppano,insieme a domande “vecchie” del movimento indigeno, nuove domande che riguardano l’autonomia, l’empoderamiento femminile, il problema dell’alcolismo e dell’abbandono coniugale.
Le donne indigene si trovano collocate all’interno di un’esperienza che viene definita di doppia oppressione, da una parte schiacciate da una cultura tradizionale che, nella sua cosmologia, collocava il femminile in una posizione complementare al maschile ma pur sempre subalterna, dall’altra dal patriarcato egemonico introdotto con l’arrivo della colonia.
A partire da questo le donne indigene rivendicano la possibilità di un ruolo attivo all’interno della classica dicotomia tra tradizione e modernità, che caratterizza da tempo la rappresentazione dei popoli indigeni, proponendo una messa in discussione della tradizione come sostanza fissa, verso una concezione della cultura dinamica e mutevole ai cambiamenti storici.
Questo si declina nella pratica, per esempio, negli sforzi per creare, al fianco degli organi tradizionali delle comunità di provenienza, nuove possibilità inclusive, come ad esempio le assemblee miste.
Gli articoli analizzati sottolineano come le attiviste del movimenti indigeni siano donne istruite, che sappiano parlare la lingua del proprio popolo ma anche quella dello stato nazionale, in modo da poter portare avanti le istanze della comunità di appartenenza nell’arena pubblica.
All’ interno di queste rivendicazioni viene spesso sottolineato l’appoggio esterno, da parte di ONG o organismi sovranazionali, ai movimenti femminili indigeni, facendo sorgere delle domande in merito a come questi aiuti veicolino le traiettorie dei soggetti locali.
Si evince nel complesso una prospettiva molto diversa da quella afrobrasiliana, verso una volontà di trasformazione della realtà esistente non attraverso una decostruzione e non separatamente dalla questione indigena, ma che avvenga proprio all’interno di questa, da una prospettiva di genere.
Si propone una identidade etnica feminina insurgente, contro il colonialismo discorsivo (Mohanty) del femminismo egemonico e della sua narrazione vittimistica delle donne del terzo mondo, e contro la prospettiva patriarcale che le vorrebbe soggetti passivi.
Concludendo
La prima questione che risalta, in questo breve excursus sul femminismo avvenuto attraverso alcuni articoli dell’accademia brasiliana, è la spaesante sensazione di essere traghettati tra due mondi radicalmente diversi.
Nel caso delle indigene ci troviamo catapultati in una realtà terzomondista, nella quale le rivendicazioni di genere sono supportate da ONG e organizzazioni internazionali, mentre per quando riguarda le afrodiscendenti la narrazione corrisponde molto di più a quella dell’attivismo statunitense, sicuramente più urbano, autonomo ed emancipato.
Come abbiamo visto le attiviste indigene applicano il discorso di genere al movimento della loro comunitá d’origine, giá strutturato e con domande e rivendicazioni giá avviate, allo stesso tempo però la cultura tradizionale non rappresenta un rifugio dall’oppressione,essendo caratterizzata anch’essa, seppur in termini diversi, da un potere maschile.
Al contrario, le amefricanas hanno un legame quasi idealizzato con ciò che precede la colonia, con la cosmologia africana e le figura di riferimento storiche e mitologiche della propria cultura.
Sicuramente è interessante sottolineare, come già accennato nell’introduzione,che entrambi i movimenti si rivoltano contro quello che è un femminismo bianco ed egemonico, pur partendo da posizioni diverse per contrastarlo e intraprendendo percorsi che li portano lontani.
Bibliografia
- Sacchi A., Mulheres indígenas e participação política: a discussão de gênero nas organizações de mulheres indígenas, in Revista ANTHROPOLÓGICAS, ano 7, volume 14 (1 e 2): 95-110 (2003)
- Pinto A. A., Reinventando o feminismo: as mulheres indìgenas e suas demandas de genero, Fazendo Gênero 9, “Diásporas, Diversidades, Deslocamentos”, 23 a 26 de agosto de 2010
- Carneiro S., Racismo, sexismo e desigualdade no Brasil, Selo Negro Edições, 2011
- Cardoso C., Adelma M., Feminisms from the Perspective of Afro-Brazilian Women, in Meridians: feminism, race, transnationalism, Volume 14, Number 1, 2016, pp. 1-29